L’esperienza del Centro Comunitario Agape con i minori e le donne di mafia

di  Domenico Nasone

Abstract 1: Una bella storia che ha consentito a tanti ragazzi e giovani calabresi di non cadere nella rete criminali e di costruirsi una vita dignitosa e libera.

 

Abstract 2: Alla fine degli anni sessanta il sacerdote reggino Italo Calabrò, con un gruppo di giovani studenti incontrati nella scuola dove insegna Religione, fonda il Centro Comunitario Agape. La comunità, insieme alla Caritas Diocesana, si pone a servizio dei più poveri ed emarginati. Vengono  incontrati anche tanti minori e famiglie fortemente condizionati dai contesti mafiosi di provenienza. La loro accoglienza nelle famiglie affidatarie e nelle case famiglia è fondamentale per prevenire e orientare: una lunga storia una lunga storia ricca di incontri e relazioni che ha consentito a tanti ragazzi e giovani di non cadere nella rete criminali e di costruirsi una vita dignitosa e libera.

1.     Alle radici dell’esperienza

Il Centro Comunitario Agape ha iniziato il suo impegno di solidarietà e di giustizia nel territorio reggino alla fine degli anni sessanta, in un contesto socio-economico che produceva varie forme di disagio ed esclusione dei più deboli. Una lunga e difficile storia di condivisione accanto ai più diseredati: famiglie emarginate, infanzia abbandonata, disabili psichici, ammalati mentali. Immerso in una realtà di sottosviluppo e di disgregazione sociale, in un ambiente che rendeva drammatiche le condizioni di vita di larghe fasce della popolazione, il Centro Comunitario Agape è nato come risposta alle provocazioni del territorio, per condividere dall’interno la povertà e l’emarginazione, per sperimentare un modello di vita alternativo al consumismo, all’individualismo, alla rassegnazione. Tutto ha avuto inizio nel 1968 quando don Italo Calabrò[1], insieme ad un gruppo di giovani, decise di avviare un’esperienza innovativa di servizio in favore di persone in difficoltà. Un’esperienza di laicato maturo di ispirazione cristiana, aperta ad altri orientamenti di vita, che ha accettato di assumersi la responsabilità per la più completa possibile liberazione degli ultimi. Il Centro Comunitario Agape, riconosciuto Ente Morale il 26 aprile 1983, ha per statuto la finalità prioritaria di privilegiare l’impegno verso i minori e il loro diritto a crescere in una famiglia: in tal senso molteplici sono state le iniziative a sostegno di nuclei familiari in difficoltà, promuovendo laddove fosse necessario l’adozione e l’affidamento familiare. Nella sua azione ha cercato di dare risposte diversificate ai minori[2] ed alle famiglie in difficoltà anche attraverso la promozione di comunità-famiglia, di gruppi appartamento per minori sottoposti a provvedimenti delle Autorità Giudiziarie[3], di case accoglienza per le ragazze madri[4], di centri di aggregazione sociale e di sostegno domiciliare, di cooperative di lavoro integrate[5]. Strutture e progetti realizzati in proprio o di concerto con la Caritas Diocesana e con le cooperative sociali promosse dal Centro Comunitario Agape. Grazie a questo lavoro si è riusciti a creare a Reggio una rete che ha dato opportunità e risposte mirate in termini di accoglienza, di lavoro, di affiancamento. Importante l’attività di prevenzione e di sensibilizzazione della comunità civile ed ecclesiale, di ricerca e di formazione, l’azione politica e la collaborazione con le varie amministrazioni locali di diversa estrazione politica, un impegno che ha contribuito a favorire una nuova legislazione e delle politiche sociali più adeguate a rispondere ai bisogni reali dei minori.

2.     Don Italo Calabrò e le prime comunità di accoglienza

Don Italo Calabrò è stato una figura di animatore instancabile e di testimone credibile che, da vero profeta, non si limitava ad elencare i diritti dei poveri ma li gridava con la sua vita. Con lui l’Agape, insieme alla Caritas Diocesana[6] e alla Associazione Piccola Opera Papa Giovanni[7] ha aperto diversi fronti di servizio e di lotta all’emarginazione, nelle realtà più povere e degradate del territorio reggino, con un’attenzione particolare ai minori visti come l’anello più debole e più esposto ai fenomeni di disgregazione sociale ed alle carenze dei servizi. Il Centro Comunitario Agape ha incontrato a centinaia bambini e ragazzi che hanno subito varie forme di abuso: una vera e propria galleria di volti segnati da storie di abbandono e di violenza. Non a caso il primo incontro traumatico del gruppo, all’inizio degli anni 70, è stato con alcuni minori che erano nati e che vivevano nell’ospedale psichiatrico di Reggio Calabria, un vero e proprio lager che ospitava 700 ricoverati. Erano figli di ragazze madri provenienti dai paesi dell’entroterra reggino, fragili mentalmente, che furono internate nel manicomio che era il grande contenitore dei disagi che non trovavano altre risposte. La prima comunità di accoglienza fondata dall’Agape è nata proprio per loro, per strapparli al manicomio o per evitare ad altri lo stesso destino. Poi ancora altri incontri nel brefotrofio, nel carcere minorile, nei grandi istituti assistenziali dove l’abbandono si toccava con mano[8]. Così sorsero le prime esperienze di comunità, come passaggio dall’istituto, fortemente spersonalizzante e alienante, a realtà più piccole a carattere familiare: nel 1973 nasce la casa-famiglia[9] “Centro giovanile” nella frazione Pilati del comune di Melito Porto Salvo oggi gestita dalla cooperativa “Centro Giovanile Italo Calabrò”, la prima nel Sud, alla quale ne seguirono altre negli anni successivi. Accanto alle esperienze comunitarie  si favorivano gli affidi, soprattutto per i più piccoli e per le persone con disabilità, per i quali la deprivazione affettiva aveva effetti devastanti sulla loro crescita[10].

3.     Operare in un ambiente devastato dalla ‘ndrangheta

Il contesto in cui si sviluppa la presenza del Centro Comunitario Agape è fortemente condizionato dalla presenza della ‘ndrangheta, la criminalità organizzata calabrese, che impone violenza ed illegalità, che sostituisce la forza del diritto con la forza delle armi e delle intimidazioni, che cancella il potere legale per affermare un potere illegale. Don Italo Calabrò, era anche parroco di San Giovanni di Sambatello, una piccola frazione reggina situata ai piedi dell’Aspromonte, un balcone sullo stretto di Messina. Negli anni sessanta il boss reggino più potente, Mico Tripodo[11], abitava proprio a San Giovanni di Sambatello. La città di Reggio Calabria subiva sempre più la violenza mafiosa sfociata, tra il 1975 e il 1991, in due guerre di mafia che hanno prodotto più di mille morti. Don Italo Calabrò ci coinvolse in una battaglia dura e rischiosa convinto sempre più del “dovere che oggi più che mai incombe su tutti e su ciascuno di noi di impegnarci, in prima persona, per un’azione seria, continua, coordinata, per contrapporre una cultura di vita alla cultura di morte dilagante nella nostra provincia: salgono a diverse centinaia i morti ammazzati in questi ultimi anni; di giorno, nel cuore della città, di fronte al Tribunale si attenta alla vita delle persone con spregiudicata provocazione; sull’Aspromonte finiscono quasi tutti i sequestri d’Italia, nonostante la rafforzata presenza delle forze dell’ordine; decine di persone hanno scelto la via della latitanza non perché incriminate dai Magistrati ma perché condannate a morte dalla ‘ndrangheta[12]”.  Nella stessa relazione don Calabrò affermò che parecchie migliaia erano i giovani picciotti o aspiranti tali coinvolti in diversi gradi di responsabilità nelle varie cosche. All’ordine del giorno le intimidazioni, i ricatti, gli attentati a commercianti e professionisti per il versamento di mazzette sempre più pesanti; denunciate da più parti, anche se non sempre provate, le collusioni con il mondo della politica o almeno con alcuni politici. Un’elencazione amara e sconvolgente di questo esiziale cancro della vita sociale, come ebbero a dichiarare i vescovi della Calabria fin dal lontano 1975. Una lettura profonda e inquietante purtroppo ancora attuale e confermata dalle recenti operazioni delle forze dell’ordine reggine[13].

4.     Il fascino della ‘ndrangheta

In tutti questi anni, quelli vissuti sotto la diretta guida di don Calabrò e quelli successivi, abbiamo sperimentato come la ‘ndrangheta, mentre semina morte e terrore e genera paura e omertà, riesce ad esercitare un fascino attrattivo su tanti ragazzi e giovani. E non solo sui figli dei mafiosi. Sono ormai troppi i ragazzi reggini e calabresi che hanno avuto, e purtroppo ancora anno, come punto di riferimento la ‘ndrangheta fondata su rigide regole e comportamenti violenti spesso trasmesse dalle loro famiglie e dalle comunità di riferimento. Ragazzi “malati di ‘ndrangheta”, come diceva Mario Nasone, “non più a rischio ma  a certezza di entrare nelle nuove leve della criminalità organizzata, pronti a sostituire in prima linea genitori e fratelli uccisi o carcerati. C’è nel reggino, nei quartieri e nei paesi più degradati, un esercito di manovalanza composto per lo più da adolescenti e giovani che attendono solo l’occasione per esordire nel mondo criminale. Un ragazzino di 11 anni scriveva in un tema che da grande voleva fare il mafioso, uccidere i giudici, i poliziotti e i carabinieri cercando di non farsi prendere[14]”. Il rischio di attrazione dei minori da parte della criminalità organizzata risulta in aumento non solo per le prospettive di carattere economico e sociale che apre, ma soprattutto perché l’universo criminale fornisce agli adolescenti dei valori (per noi disvalori), dei modelli di riferimento, un’identità e una riconoscibilità come persona: la ’ndrangheta, per quanto violenta e schiavizzante,  da comunque un senso alla vita e perciò stesso essa affascina. La “pedagogia criminale”, è una pedagogia che sfrutta  – di questo però il ragazzo, almeno inizialmente, non se ne rende conto – ma nel contempo valorizza, da fiducia ed utilizza le capacità che ha il ragazzo assegnandogli gradualmente compiti rilevanti e delicati. La ‘ndrangheta assicura attenzione e protezione, suscita abilità che possono essere concretamente utilizzate nelle operazioni criminali, stimola lo spirito di avventura e di iniziativa. Nel deserto delle altre valorizzazioni, nell’assenza di altri rapporti gratificanti, non meraviglia il fatto che l’inserimento nelle attività criminali rappresenti per molti ragazzi l’unica attività praticabile e immediatamente soddisfacente, l’unico itinerario per divenire compiutamente uomo.

5.     I figli della mafia

Sono tanti i figli della mafia nel nostro territorio. Li abbiamo incontrati nelle scuole, nelle Carceri Minorili[15], negli istituti e nelle comunità. Li chiamiamo figli perché la mafia è una madre forte e severa, con regole ferree, che non ammette disubbidienze. E’ una madre premurosa, che non ti fa mancare nulla, che ti da rispetto e protezione, identità e denaro. I ragazzi sono attratti da queste sicurezze perché altro non viene loro offerto: il mafioso continua ad essere una figura di riferimento in cui identificarsi e, in troppi contesti, cui affidarsi. Lo spirito di corpo, il sostegno, l’aiuto reciproco, sono le caratteristiche più ricercate in età adolescenziale ed il modello mafioso ha successo con i ragazzi che non hanno altri ideali e altri validi riferimenti culturali. Il ragazzo reclutato si sente qualcuno e può contare sulla protezione dell’organizzazione. Il senso di appartenenza è garantito. Crescere in famiglie di mafia significa respirare aria di mafia fin dal grembo materno ed è difficile pensare che ci possa essere un’altra aria. Qualche mese addietro, durante le mie ora di religione[16], dopo che era stato scoperto che facevo parte di Libera, i dialoghi sono diventati più intensi ed interessanti, a volte anche duri. Argomenti privilegiati erano i beni confiscati, il perdono, gli effetti distruttivi della criminalità organizzata sulla vita delle persone (sia delle vittime che dei carnefici), la non violenza, la pace, la giustizia. Alla fine di una delle più belle lezioni che ho vissuto, un anziano carcerato mi disse: “professore, se io da ragazzo avessi avuto la possibilità di ascoltare le cose che avete raccontato e di incontrare persone belle, probabilmente non sarei qui a marcire”. Continuò a parlare tenendomi per mano e dicendomi che suo padre era mafioso, suo nonno era mafioso, e quasi tutti quelli che aveva incontrato nella sua infanzia erano mafiosi. Quel detenuto mi ha fatto capire ancora di più che bisogna fare i conti con la dimensione familiare del sistema mafioso. E i ragazzi, se immersi nei recinti mafiosi, sono condannati e segnati da quel mondo al quale appartengono. Come fare a spezzare questo perverso meccanismo? Questi ragazzi sono il prodotto dei loro contesti di vita e per cambiare qualcosa occorre intervenire proprio su questi.

6.     Il fascino della libertà

In una  situazione così complessa come quella calabrese dove la ‘ndrangheta ha una connotazione fortemente familiare, la cooptazione dei minori diviene quasi naturale. Ma cosa fare per contrastare questo diabolico meccanismo così tremendo e nello stesso tempo affascinate? Don Italo Calabrò e i suoi collaboratori, alla luce di una formazione e di una conoscenza del fenomeno frutto di studio e di incontri con tanti giovani ed adulti vittime della ‘ndrangheta e con le mamme e le moglie dei mafiosi, credeva che solo un massiccio investimento in chiave educativa e politiche sociali adeguate potessero contribuire a strappare questi ragazzi al loro destino criminale. Un impegno, una lotta per consentire a tutte le persone di restare libere, vere ed autentiche. E quanto don Italo ripeteva negli anni passati, oggi è ripreso e gridato con forza da don Luigi Ciotti[17], fondatore del Gruppo Abele e di Libera: “Bisogna creare le condizioni affinché tutti siano liberi e che non debbano dipendere. La Calabria è una terra dove molti sono ostaggi e non sono liberi, perché si è schiacciati dalla ‘ndrangheta[18]”. Una libertà che non è messa a rischio solo dalla presenza della criminalità organizzata ma anche da una società che aliena e istiga alla violenza e che mette al centro di tutto l’apparire, il potere, la forza, il denaro, la bellezza ad oltranza. Occorre un impegno costante e credibile per creare condizioni di libertà ed eliminare tutti gli ostacoli che  impediscono la piena realizzazione di ogni persona: la disoccupazione, il lavoro nero, le varie forme di dipendenza, l’ignoranza, l’analfabetismo, la povertà in tutte le sue dimensioni. Solo una piena giustizia per tutti che non esclude, trascura e dimentica i più deboli è in grado di disarmare la violenza, la privazione di libertà delle persone, il dolore di chi è schiacciato e privato dei diritti, di chi è reso schiavo. La nostra libertà, la libertà dei nostri ragazzi, è dentro questa giustizia realmente praticata e si gioca sul terreno dei diritti, della dignità umana, della giustizia sociale, della legalità.

7.     Ragazzi vittime della faida

Tra le tante esperienze che ho condiviso con don Italo Calabrò[19], il Centro Comunitario Agape,  la Caritas e le parrocchie di Palizzi, forse la più dolorosa e problematica riguarda la faida di Cittanova[20]. Una storia di violenza brutale e disumana che non risparmiò neppure tanti bambini. I massacri si succedevano uno dopo l’altro e l’obiettivo delle famiglie era quello di sterminare. Una logica spietata guidava la vendetta perché: “u sangu si lava cu sangu” (il sangue si lava con altro sangue). La famiglia Facchineri verrà decimata e alla fine risulterà sconfitta. Pochi i sopravvissuti e tra questi le donne e i bambini. Gli uomini erano stati uccisi, altri finiti in carcere e qualcuno era latitante. Fu così che le autorità giudiziarie, nell’estate del 1980, chiesero a don Calabrò di prendersi cura di un gruppo di bambini dei Facchineri: la loro vita era a rischio e vivevano segregati nella loro casa. Bisognava intanto nasconderli in un luogo sicuro e poi cercare una soluzione migliore per la loro sicurezza. Pianificammo con la questura di Reggio Calabria di andare a prendere i bambini e di scortarli fino al posto che ritenevamo più sicuro, almeno nella fase di emergenza: la casa di don Italo. Di buon mattino, in piena estate, mi recai a Cittanova. Ero seguito da alcuni mezzi blindati della Polizia. Quando entrai nella casa dei Facchineri vidi una situazione drammatica: tanta paura nel volto di tutti e smarrimento nei bambini. La casa era a piano terra e le finestre erano tutte chiuse e protette da lastre di ferro. I bambini più piccoli decisi di portarli a Reggio con la mia auto, i più grandi salirono nei mezzi blindati della polizia. La casa di don Italo era stata trasformata per poter accoglier sette bambini: due letti a castello e tre lettini. Tanti giochi e fogli per disegnare a anche i puzzle[21]. Era una soluzione provvisoria e anche rischiosa. Così, d’intesa con giudice Ilario Pachì, presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, decidemmo di trasferire in luoghi più sicuri i bambini. Mi recai in Umbria, regione con pochi calabresi residenti, e per diverse settimane cercai, attraverso le Caritas diocesane e altre associazioni, famiglie disponibili ad accogliere i nostri bambini della faida. Avevamo perso le speranze di una possibile soluzione quando un medico di Città di castello, il dottor Coli, mi comunicò la sua disponibilità e di altre famiglie, ad accogliere i bambini. Dopo pochi giorni li trasferimmo a Città di Castello. Tutto sembrava funzionare alla grande e, grazie alla sensibilità delle famiglie affidatarie, dopo quasi un anno, fu possibile far salire a Città di Castello anche le mamme dei bambini: venne assicurato a tutte casa e lavoro e soprattutto ai bambini restituito l’affetto materno. Ma nel maggio del 1983  i Facchineri organizzarono il sequestro di un industriale del posto, Vittorio Garinei, che dopo otto giorni riuscì a liberarsi. L’accoglienza dei bambini ebbe una brutta frenata, le famiglie affidatarie in crisi: molti ragazzi ritornarono a Cittanova. Continuammo a seguire le loro vicende: i bambini erano cresciuti e anche il rischio della loro eliminazione. Li accogliemmo ancora nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità. La faida riprese con ferocia a mietere vittime: infatti nel 1987 i Facchineri sono stati ulteriormente decimati. Un altro provvedimento del Tribunale per i Minorenni affidò due di loro al Gruppo Abele di Torino. Don Calabrò scrisse un’accorata lettera alla Caritas Tedesca chiedendo di accogliere alcuni Facchineri disponibili a trasferirsi. Non se ne fece niente. Troppe difficoltà e soprattutto la paura e le possibili vendette familiari impedirono a qualche mamma di lasciare Cittanova con i propri figli: per lei avevamo organizzato una accoglienza in una nazione del Nord Europa. Ma gli altri familiari lo scoprirono e le impedirono di partire. Dal 1990 la faida non ha mietuto più vittime. La maggior parte dei bambini che avevamo accolto ora sono diventati adulti: qualcuno è morto, tanti in carcere. Pochissimi sono riusciti ad uscire dalla logica della faida e della criminalità. Pur tra tante difficoltà e insuccessi, don Calabrò continuò a spronarci invitandoci a lottare per liberare la nostra terra dalla ‘ndrangheta. E lui era sempre in prima fila, ci dava l’esempio.

 

8.     La storia di Antonio[22]

 

 La vicenda di Antonio, incontrato da don Italo Calabrò nel carcere minorile di Reggio Calabria,  rappresenta un caso paradigmatico di come un minore con gravi problematiche familiari e personali possa sganciarsi da un ambiente dominato dalla cultura mafiosa e reinserirsi nella società. Questa esperienza rappresenta un caso di strategia leggera, tesa a sottrarre i minori al rischio di divenire probabili ricambi per le organizzazioni mafiose, e si affianca alla strategia pesante di uscita dall’ambito mafioso, ovvero la collaborazione di giustizia. Si tratta di una modalità di intervento nata dall’esperienza concreta e quotidiana, in cui il minore a rischio viene coinvolto in un percorso di presa di coscienza della propria situazione. Tale percorso, se correttamente portato a termine, può far nascere nel soggetto una consapevolezza sempre più forte del suo essere persona, dei suoi diritti, della sua dignità e delle sue potenzialità umane. Questo risultato serve non solo a reindirizzare il percorso di vita di una persona in una fase critica del suo sviluppo, ma serve anche a incrinare il perverso meccanismo della riproduzione mafiosa che, come si sa, ha un continuo bisogno di ricambi tra le sue fila. Tale riproduzione viene assicurata soprattutto da soggetti più giovani e di condizioni sociali ed economiche sfavorite.

8.1 Il contesto

Antonio nasce in un grande paese della provincia di Reggio Calabria. La sua famiglia è numerosa e sopravvive difficoltosamente con le poche entrate derivanti dai lavori agricoli stagionali svolti dal padre. Le difficoltà economiche rendono la famiglia sempre più precaria e, col tempo, i rapporti tra i genitori di Antonio si fanno sempre più tesi, fino al punto che l’unione familiare si rompe. Il padre di Antonio emigra in Svizzera, mentre la madre, rimasta sola con i figli, diventa la convivente di un piccolo criminale. Quest’ultimo, a poco a poco, comincia a far carriera nella cosca locale, diventando il capo di un clan parentale collegato a gruppi mafiosi più grandi e forti. A 14 anni Antonio, dopo aver conseguito la terza media, è costretto a lasciare la scuola. Alterna lavori precari in campagna a periodi di apprendistato presso carrozzieri, muratori e macellai, ma tutte queste esperienze risultano fallimentari. Così la prospettiva di una vita avventurosa nella criminalità organizzata diventa sempre più allettante. Antonio comincia il suo apprendistato criminale compiendo piccoli furti, alcuni danneggiamenti, delle intimidazioni. A poco a poco viene coinvolto in situazioni sempre più pericolose, fino al battesimo di fuoco quando insieme ad alcuni criminali più grandi ed esperti viene coinvolto in un conflitto a fuoco con una pattuglia di carabinieri durante un controllo notturno in una strada di campagna. Dopo questa esperienza, Antonio comincia a rendersi conto che la via che sta percorrendo è senza ritorno, ma la prospettiva avventurosa della vita criminale lo affascina, inoltre si sente in obbligo con i mafiosi che lo hanno accolto e che gli hanno dato un ruolo che lo fa sentire uomo. Ormai Antonio è in trappola, ma non ci pensa troppo. Antonio, pur essendo ancora minorenne e formalmente non ancora affiliato, rischia come gli altri. La sua vita ha quindi una brusca svolta: vive sotto minaccia continua, in un clima di paura e, contemporaneamente, cova sempre più odio e vendetta. Antonio si sente trasformato in una macchina votata alla violenza. Ora, però, i nemici sono due: i membri del clan avversario e le forze dell’ordine. E infatti saranno queste ultime ad avere la meglio quando lo arresteranno, a diciassette anni, per una rapina degenerata in un conflitto a fuoco a causa della reazione della vittima.

8.2 L’esperienza del carcere

Nel carcere minorile, Antonio viene a contatto con molti altri ragazzi che come lui hanno scelto – chi in maniera deliberata, chi meno – la strada dell’adesione all’ideologia mafiosa. Un elemento di tale mentalità si manifesta subito anche tra i minori reclusi: il rigido rapporto gerarchico basato sulla forza e sull’intimidazione violenta che si instaura tra i ragazzi appartenenti a famiglie mafiose ritenute più o meno importanti nel panorama criminale locale. Presto, però, Antonio entra in crisi. I suoi dubbi, sempre messi a tacere nella rigida autocensura che egli applicava ai suoi pensieri, riemergono più forti di prima. Antonio ormai sa che il futuro per lui vuol dire probabilmente una morte violenta: nella faida in corso tra la sua famiglia e quella avversaria anche lui è segnato e questo destino ineluttabilmente si presenterà una volta uscito di prigione. Gli incubi notturni diventano sempre più stressanti e lui è sempre più nervoso e irascibile. All’inizio, di tale travaglio interiore Antonio non fa cenno con nessuno, anzi apparentemente egli è ancora più spavaldo di prima e tende a imporsi sugli altri ragazzi con la forza. Comunque, col passar dei mesi, riesce ad aprirsi un po’ con un assistente sociale a cui pian piano comincia a confidare le sue preoccupazioni e i suoi timori per il futuro. Con l’aiuto dell’assistente sociale comincia una prima presa di coscienza del fatto che la vita che gli si prospettava una volta uscito dal carcere sarebbe stata molto diversa da quella che lui pensava fino a qualche tempo prima. Se prima della realtà mafiosa lui vedeva soltanto alcuni aspetti – il rispetto, la sicurezza, il riconoscimento sociale, la ricchezza economica – adesso comincia a percepire anche i lati oscuri dell’essere mafioso: l’obbedienza cieca, il pericolo quotidiano, lo stress portato all’estremo, la mancanza di affetti veri, il rischio di molti anni di carcere, la morte. Questa sua presa di coscienza viene valorizzata dagli assistenti sociali del carcere e dal magistrato minorile, per cui, dopo vari colloqui, viene deciso di offrirgli un’opportunità: in attesa del processo di appello, invece di rimandarlo a casa verrà affidato a una Comunità. Qui per Antonio si verificherà un primo punto di svolta.

8.3 L’opportunità

Vivere in Comunità non è facile per Antonio, non è facile adattarsi soprattutto se si è stati abituati a non fidarsi degli altri. All’inizio, quindi, questa nuova realtà gli sembra difficile da accettare. Soprattutto Antonio ha un problema di comunicazione con gli altri. Fa una grande fatica a comunicare, anche perché il suo linguaggio è povero di parole: infatti lui capisce molto meglio la lingua dell’azione e della violenza. Per superare questo limite, va in giro con un piccolo dizionario tascabile, per poter sbirciare di nascosto le parole nuove di cui non conosce il significato. Col passare del tempo, però, comincia a trovare stimolante la sua nuova realtà, molto diversa da quella in cui era vissuto fino a quel momento. Nell’anno e mezzo che passa in comunità, Antonio comincia un embrionale percorso di risocializzazione: inizia a svolgere alcuni lavoretti che gli impegnano la giornata e che soprattutto gli fanno ritrovare fiducia in se stesso e nelle sue potenzialità anche al di fuori dell’universo mafioso. In questo periodo Antonio stringe amicizia, in particolare, con un educatore e con un obiettore di coscienza in servizio civile, che ne seguono il percorso quotidianamente. E anche a causa di questa esperienza di rapporti nuovi e stimolanti, Antonio decide finalmente di fidarsi. Dopo l’esaurimento dei vari gradi di giudizio, con un progetto sviluppato dagli assistenti sociali e dalla Comunità, egli ottiene dal Tribunale dei Minori la “messa alla prova”. Decide di lasciare la Calabria per raggiungere una grande città del nord, dove gode dell’appoggio del suo amico obiettore di coscienza che ha nel frattempo terminato il servizio civile. Ormai Antonio è diventato maggiorenne e si trova davanti l’opportunità della sua vita, un’opportunità che se andasse perduta non si ripresenterebbe più.

8.4 L’esperienza del lavoro e il reinserimento sociale

All’inizio nel nuovo contesto cittadino Antonio può contare sull’appoggio dell’ex obiettore di coscienza ma anche di un’altra Comunità che nel frattempo gli fornisce vitto e alloggio. Con l’aiuto delle strutture di orientamento del Comune, riesce a frequentare una scuola professionale rivolta alle attività edilizie. Dopo due anni di studio e di pratica lavorativa, esce dalla scuola con un diploma di gruista e con un posto di lavoro assicurato. Da quel momento il lavoro non gli mancherà più, e col tempo Antonio, ormai adulto, potrà realizzare anche il suo sogno: quello di mettere in piedi una piccola azienda agricola, per poter finalmente vivere in campagna, a contatto con la natura.

8.5 Il modello di intervento: la pedagogia del lavoro

Nella positiva esperienza di Antonio è stato sviluppato un modello educativo basato sull’esempio personale, finalizzato a mettere in discussione i disvalori della cultura mafiosa: non è uomo chi è rispettato perché incute paura, ma è uomo chi vive con gli altri in pace, con fiducia e rispetto reciproco.

Il secondo aspetto chiave per il reinserimento sociale di Antonio è stato determinato da una sorta di pedagogia del lavoro, in grado di fornirgli oltre all’autonomia finanziaria anche l’esaltazione delle sue capacità creative, la gestione corretta del tempo, la possibilità di formulare progetti credibili per il futuro. Infine, un terzo elemento chiave per la svolta nella vita di Antonio è stata la possibilità di frequentare ambienti social nuovi e stimolanti, in grado di mostrare concretamente l’esistenza di modalità relazionali  caratterizzate da valori e pratiche di vita molto diverse dal modello proposto dalle organizzazioni criminali.

9.     Ciascuno cresce solo se sognato

Oggi possiamo con certezza riconoscere che le iniziative di accoglienza      avviate tra il 1960 e il 1990 con grande determinazione e creatività da don Italo Calabrò e dal Centro Comunitario Agape a favore dei minori della provincia reggina, e quelle successivamente realizzate e a lui ispirate, sono state determinanti per la formazione umana di tanti bambini, ragazzi e giovani ospitati nelle famiglie e nelle comunità di accoglienza. L’accoglienza realizzata pur tra tante difficoltà, l’accompagnamento nelle tappe più delicate della loro vita, la possibilità di poter frequentare le scuole e di avere sicuri e credibili riferimenti educativi, sono stati fondamentali per consentire a quasi tutti di realizzarsi con dignità. I ragazzi incontrati da don Italo e dal Centro Comunitario Agape, pur provenendo da gravi forme di disagio, oggi sono uomini maturi, quasi tutti inseriti nella società. Anche i giovani appartenenti alle famiglie di mafia, hanno avuto la possibilità di confrontarsi con una proposta educativa alternativa a quella delle loro famiglie. E qualcuno di loro ce l’ha fatta. Credo che anche la svolta di questi ultimi anni, di tante mamme calabresi che chiedono a don Ciotti e a Libera una mano per  poter vivere con i loro figli una vita nuova lontano dalla prigionia dei loro contesti mafiosi, sia il frutto quasi maturo di quel seme di giustizia gettato da don Calabrò nella dura terra calabrese. Il sacerdote reggino condivideva pienamente quanto scriveva Danilo Dolci, frutto di un appassionato lavoro di liberazione vissuto in un altro lembo di terra complesso e difficile del Sud Italia: “Ciascuno cresce solo se sognato”. Contro ogni speranza, superando la logica della rassegnazione e credendo nelle grandi risorse che il cuore di ogni uomo possiede.

 

 

 

[1] Don Italo Calabrò, sacerdote della diocesi di Reggio Calabria-Bova è nato a Reggio Calabria il 26 settembre 1925 ed è deceduto nella stessa città il 16 giugno 1990. Ha speso la sua vita a servizio dei più poveri tra i poveri che riteneva essere “l’ottavo sacramento”. Nella ricorrenza del venticinquesimo anniversario della sua dipartita, l’attuale vescovo della diocesi reggina bovese, padre Giuseppe Fiorini Morosini, ha comunicato ai fedeli la decisione di avviarne il processo di beatificazione

[2] Agli inizi degli anni sessanta don Calabrò avviò la “Casa dello studente” in alcuni locali della curia diocesana: centinaia di giovani, orfani e in disagiate condizioni, provenienti la maggior parte da comunità dell’entroterra reggino, ebbero la possibilità di studiare e conseguire un diploma. La cultura era ritenuta da don Calabrò la prima forma di prevenzione e di condizione per vivere da persone libere e non cadere nella rete della criminalità.

[3] Nel 1978, in seguito alla chiusura dei Riformatori (D.P.R. n. 616 del 1977) , don Italo Calabrò ha favorito ha nascita di 12 gruppi appartamento collocati nel territorio regionale sostenuti da una convenzione con la Regione Calabria. Due di questi erano gesti dalla Cooperativa Servizi Sociale dell’Agape: uno a Reggio Calabria e uno a Melito Porto Salvo.

[4] Nel 1978  don Calabrò, assieme a suor  Antonietta Castellini suora della comunità religiosa Monfortana, al dottor Lucio Raffa e ad altri volontari, dopo la legge sull’aborto, avviò una casa famiglia per donne che volevano portare avanti la loro gravidanza.:

[5] Tra le prime cooperative avviate da don Italo Calabrò ricordiamo la “Comuneria”, avviata nel 1977 e “L’Arca” avviata nel 1978: la prima era una cooperativa agricola con sede in Prunella di Melito Porto Salvo, la seconda un ristorante –  pizzeria con sede nel centro di Reggio Calabria.

[6] Nel 1971 il papa Paolo VI ha istituito la Caritas per favorire la promozione degli ultimi e superare la logica dell’assistenzialismo. Don Calabrò è stato eletto membro della presidenza della Caritas nazionale (presidente era don Giovanni Nervo)  e fino al 1985 ha diretto quella della regione Calabria e della diocesi reggina bovese.

[7] L’associazione Piccola Opera Papa Giovanni è stata avviata nell’estate del 1968 nei locali della casa canonica della parrocchia di San Giovanni di Sambatello,  dove don Calabrò è stato parroco dal 1964 fino alla sua morte.  Il 7 dicembre 1968 è stata inaugurata dal vescovo del tempo mons. Giovanni Ferro. Oggi rappresenta una delle esperienze più stimate a livello nazionale per il servizio (residenziale, semiresidenziale, ambulatoriale)  reso alle  persone con disabilità, ai malati mentali e alle persone con AIDS.

[8] A metà anni sessanta don Italo Calabrò assume la direzione dell’Istituto per minori “addolorata” sito in Prunella di Melito Porto Salvo.

[9] Nel mese di agosto del 1973 don Calabrò fondò la prima comunità famiglia per sei ragazzi , ricoverati presso l’Istituto per minori “Addolorata” sito in Prunella di Melito Porto Salvo, che dovevano frequentare la scuola media: Mario, Giorgio, Renato, Carmelo, Giuseppe e Aldo. Tutti riuscirono a diplomarsi, a trovare lavoro, a farsi una famiglia e inserirsi nella società. Soltanto Aldo non ce l’ha fatta. Conseguita la licenza media tornò nella famiglia di origine che viveva ad Archi, famoso quartiere reggino dove vivevano i più violenti ‘ndranghetisti: venne ucciso nel corso di una sparatoria durante la prima guerra di mafia iniziata nel 1975.

 

[10] Don Calabrò ai giovani del Centro Comunitario Agape che decidevano di sposarsi, come regalo di nozze affidava loro persone sole e soprattutto incoraggiava l’accoglienza di bambini in stato di abbandono. Anche alcuni ragazzi coinvolti in una cruenta faida a Cittanova negli anni ottanti, furono affidati a famiglie del Centro Comunitario Agape.

[11] Mico Tripodo divideva il comando della provincia reggina insieme a Mommo Piromalli (piana di Gioia Tauro) e ad Antonio Macrì (Locride). Venne arrestato dopo lunga latitanza e, il 26 agosto 1976, mentre era recluso nel carcere di Poggioreale venne ucciso su ordine di Cutolo.

[12] Relazione di don Italo Calabrò in occasione della presentazione della ricerca “Giovani, mafia, società” tenuta nell’auditorium San Paolo di Reggio Calabria il 25 aprile 1989

[13] Nel maggio scorso l’operazione Fata Morgana, e a seguire le operazioni Reghion e Mamma Santissima,  ha consentito di scoprire i componenti della loggia segreta di Reggio Calabria,. In comune gli accusati avevano un unico comun denominatore, il potere, il controllo del territorio nelle sue attività politiche ed economiche.

avvocati, giudici, sacerdoti, faccendieri, professori, uomini della pubblica amministrazione, militari. Eterogenei per professione ed esposizione, i componenti della loggia segreta di Reggio Calabria, finita al centro dell’indagine “Fata Morgana”, hanno un unico comun denominatore, il potere.

[14] Mario Nasone , Malati di  ‘ndrangheta, in atti “Premesse Mafie”, Scuola di Formazione per il personale della Giustizia Minorile, Messina 2002, pag. 85;

[15] dal 1977 al 1979 insieme a un gruppo di seminaristi del seminario teologico San Pio X di Catanzaro e ad alcuni giovani della parrocchia San Leonardo, ho condiviso una significativa esperienza di volontariato all’interno del Riformatorio di Catanzaro.

[16] Da due anni insegno nelle case circondariali di Reggio Calabria . Il CPIA (Centro Provinciale Istruzione Adulti) prevede anche una ora di religione durante la settimana.

[17] In più occasioni – compresa la veglia di preghiera con i familiari delle vittime innocenti delle mafie tenuta a Roma il 21 marzo 2014 alla presenza di papa Francesco –  don Ciotti ha affermato che don Italo Calabrò è stato il più grande conoscitore della ‘ndranghetai.

[18] Luigi Ciotti, in, Bambini in bilico, la condizione minorile in Calabria, la responsabilità delle istituzioni e della comunità, atti convegno organizzato dal Centro Comunitario Agape,  2006, pag.21.

[19] Dal 1979 al 1987 sono stato suo diretto collaboratore nella Caritas Diocesana di Reggio Calabria.

[20] A Cittanova, centro reggino della piana di Gioia Tauro, negli anni settanta e fino agli anni ottanta, scoppia una violenta faida che vedeva contrapposte due famiglie di mafia: i Raso – Albanese  e i Facchineri.

[21] Oggi la casa di don Calabrò è sede del Centro Comunitario Agape e di Libera. Conserviamo ancora un puzzle del 1980 firmato dai bambini dei Facchineri e regalato a don Calabrò.

[22] Nome fittizio.