Discorso sulla mafia al liceo scientifico “L. Da Vinci” di Reggio Calabria

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Io ringrazio innanzitutto il Preside, i docenti, ringrazio voi alunni per avermi invitato a questo incontro-dibattito. Io spero che dopo la mia introduzione voi vogliate intervenire per dare il vostro apporto per un orientamento che possa servire a me per i successivi incontri con le altre scuole; credo che possa essere utile anche a voi, per portare avanti una proposta di cui vi ha parlato il Prof. Romeo, che ritengo molto utile su cui ritornare. Ritorno con piacere in questa scuola, dove è vero che ho insegnato un anno soltanto, quando voi non eravate ancora nati, 22 anni fa. Ma non si dimenticano certe esperienze della vita, io ho insegnato sempre tra tecnico industriale e industriale Panella, 30 anni della mia vita. Un anno feci qui nel corso D ed ho mantenuto una sincera amicizia con quei giovani, con i quali siamo ancora oggi legati nel ricordo di quell’anno trascorso insieme. Testo di riferimento di questi incontri è la storia di Reggio Calabria di Gaetano Cingari, vi è stata presentata dallo stesso autore, una delle figure più significative della nostra realtà reggina, verso il quale va la nostra gratitudine, per essere stato sempre intelligentemente presente nella nostra città, con coraggio e con giovanile entusiasmo, il suo apporto e poi successivamente sono venuti Mario Rossi e Piero Battaglia. Oggi, tocca a me, io dovrei riferirmi all’ultimo periodo, direi a quello contemporaneo, a cui Gaetano Cingari dedica appena, 20-30 pagine della sua storia, ed è ovvio perché ci si riferisce alla realtà contemporanea. Siamo ancora nella cronaca, non possiamo neppure dire nella cronistoria e certo no nella storia, che ha bisogno di distacco dal fatto per poterlo rileggere con attenzione, anche se la cronaca ha una sua vivacità che è carica anche di valenze a cui si può fare benissimo riferimento; beh! In queste pagine Gaetano Cingari, riferendosi a quest’ultimo periodo mi pare che conclude nell’81-83, anche se c’è qualche accenno di vicende, amministrative; in altre parti del libro riserva più attenzione al fenomeno elettorale, all’andamento della rielezione, agli spostamenti che si sono verificati, direi anche all’assestamento che è avvenuto dopo il terremoto della rivolta di Reggio che fece andare in tilt tutti o quadri tradizionali delle elezioni. E’ venuto il ricupero anche di una certa stabilità; l’autore intelligentemente annota, anche il fattore clientelismo che sempre più si è rafforzato e quello della disoccupazione. Accenna anche al fenomeno mafioso e c’è un apprezzamento per la presenza della Chiesa in questi ultimi tempi della storia di Reggio. E poi fa un’osservazione: non è che questi fenomeni siano esclusivi di Reggio, sono proprio dell’Italia, soprattutto di quella meridionale, società post-industriale; i valori nuovi che emergono, il disincanto, il disimpegno delle generazioni giovanili sono anche un fatto costante di altre realtà; da noi però si colorano di altri significati e anche di conseguenze un po’ più forti. Così anche lo scollamento, la crisi ricorrente delle istituzioni pubbliche, vedi comune, provincia e di riflesso anche la regione. E’ questo fenomeno comune ad altre regioni, la democrazia paga anche questo prezzo, di periodi di stasi, di dialettica che qualche volta sconfina nella polemica di prevalenza di interessi di partito, personali, qualche volta proprio di poltrona, su interessi comuni e vanno denunciati però gli effetti che sono molto più gravi nella nostra realtà calabrese che in altre parti d’Italia. Io sono solito dire, se la regione Lombardia, se il comune di Milano vanno in crisi, i milanesi se ne accorgono, così forti da strutture industriali, economiche da consentire che la vita prosegua tranquillamente. Nella nostra fragile realtà calabrese, reggina, la crisi della regione avuta l’anno scorso quasi per tutto l’anno, le ricorrenti crisi degli enti locali, sono più i periodi di crisi ormai che quelli di normale amministrazione, se si fa attenzione all’ultimo decennio del nostro comune. Solo da agosto dello scorso anno, sembra che ci sia stato un certo equilibrio di poteri, forze politiche; non tocca a me entrare in questo campo, però gli effetti di crisi ricorrenti, di stasi amministrative, in Calabria, a Reggio Calabria producono effetti devastanti, se non altro perché c’è l’obbligo di tutte le spese d’investimento, che si limita solo all’ordinaria amministrazione degli stipendi, delle spese dovute.

Io dovrei dirvi qualcosa circa questa realtà, non sono certo un politico, né un politologo, io sono un operatore pastorale, un prete della strada impegnato in realtà sociali, in situazioni anche di emarginazione. Opero come parroco in una frazione del Comune di Reggio Calabria, direi una delle esperienze più belle, che mi porto dentro da oltre 25 anni a S. Giovanni di Sambatello, piccolo nucleo dell’Aspromonte, un fazzoletto di terra in cui si riflette il mondo; e sono a contatto con la realtà di Reggio per diversi motivi che non sto a sottolineare. Nell’88, vi ricordate, c’è stato a Reggio Calabria il congresso eucaristico nazionale che ha richiamato nella nostra città l’attenzione un po’ di tutta l’Italia, venne il Papa, lanciò dei messaggi molto forti. Un vescovo molto attento alla problematica del Sud, il vescovo Mondello, giovane di anni e mentalità, non sempre la giovinezza si può rapportare al colore dei capelli, in genere sì. Dopo essere venuto a Reggio Calabria in diverse occasioni per incontrare i giovani, i gruppi ecclesiali, aver partecipato a diverse manifestazioni, alla marcia della pace della notte del 31 dicembre tra l’87 e l’88, e poi in tante altre circostanze. Ecco di Reggio lasciò questa riflessione: ” E’ una città viva in cui ho verificato potenzialità che non ci sono in altre città che io conosco, anche nella Puglia, ma Reggio è molto più viva, anche impegnata in alcuni settori è all’avanguardia, ma ci sono anche manifestazioni di una violenza, di una situazione di scollamento, di degrado che non si verificano altrove.

Stamane, sulla Gazzetta del Sud, mentre riflettevo anche su quello che avevo scritto prima di venire apro la pagina letteraria e vedo che a Catania, l’altro giorno è stato presentato un libro, risultato di un’inchiesta portata avanti da un sociologo, intitolato” giovani a Catania tra contraddizioni e speranza”. E giustamente l’autore dice, quanto è emerso a Catania, credo che si possa applicare alle altre realtà meridionali, tanto è vero che noi abbiamo fatto un’indagine parallela a Messina, e ci ha dato quasi gli stessi dati. E vogliamo anche estenderla alla Sicilia e alla Calabria, in particolare a Catanzaro e Reggio Calabria.

E quali sono i dati che emergono da questa situazione? Un tipo di giovane che vive in un ambiente carente di strutture, di servizi sociali essenziali, carichi di contraddizioni; i giovani catanesi, anche quelli reggini sono combattuti tra valori tradizionali e valori post-industriali, alcuni positivi, altri meno, alla ricerca di una nuova umanità tradita. Sono disposti ad impegnarsi per la pace, per gli emarginati, non tutti, ma c’è una buona parte di giovani impegnati, sono dei politicizzati, lo vedremo nelle risposte di un’inchiesta fatta a Reggio Calabria alcuni anni fa. Vogliono essere garanti, sono una generazione al disincanto affettivo, influenzati dalla secolarizzazione nei confronti della Chiesa, ma di un sano orientamento morale, anche religioso. Una parte di essi è soggetta alla tentazione della devianza, si tratta dei giovani disoccupati, condizionati dall’ambiente culturale, questo senz’altro. Sembrano più sensibili ai valori sociali, aperti alle proposte in grado di rendere la città a misura d’uomo. Gridano, denunciano una distanza infinita tra loro e le istituzioni, e non possono più stare alla finestra, cercano spazi di protagonismo, accettano i valori sociali essenziali: onestà, famiglia, libertà, pace, religiosità, giustizia sociale, sono i valori più votati nella ricerca. Io avevo preparato un mio appunto per oggi e proprio avevo tratto delle indicazioni da un’inchiesta che è stata portata avanti nell’86-87, tra i giovani del biennio ultimo e sostenuta dall’amministrazione provinciale, portata avanti dalla comunità AGAPE, con l’apporto scientifico del Labos promotore di ricerche e di osservazioni sociali di Roma. All’inchiesta abbiamo dato questo titolo: ”Giovani, mafia, società”; l’abbiamo presentata il 19/04/89 all’auditorium S. Paolo, sono stato io il rappresentante, pur non avendo nessun merito, il merito circa l’inchiesta, se non quella di averla incoraggiata, sostenuta, ma non avevo i titoli per poterla ordinare. Da questa inchiesta, cui io mi riferisco, fatta tra giovani reggini, emergono dei dati che sono molto vicini a quelli di questi giorni di Catania. E’ un segno che queste inchieste fotografano bene quella che è la realtà. E’ vero che l’inchiesta e Reggio Calabria era focalizzata sul fenomeno mafia, che da noi, ma anche a Catania, assume una particolare alleanza drammatica. Chi crede che si esagera, dovrebbe avere una conoscenza più attenta della realtà del fenomeno mafioso. Ieri è venuto un giovane a dirmi: Reverendo, voi che mi consigliate, resto qui o vado via? Io gli ho detto: ” questo puoi deciderlo tu, tu hai la consapevolezza che nel segreto della confessione gli ecclesiastici non sono tenuti a dare informazione né alla magistratura né ad altre autorità. E lui:” Io personalmente non faccio parte di nessuna cosca e non sono dentro nessuna organizzazione, ma una vendetta trasversale può colpirmi”. Gli ho detto:”ritorna ci penserò un poco” e…. di dovergli un giorno dire sradicati dalla tua terra, lascia questa realtà senza che tu abbia nessuna paura. Solo per casi di mia conoscenza che io ho seguito, circa 5-6 famiglie tra l’89- e il 90, hanno dovuto lasciare la provincia di Reggio Calabria perché la minaccia di vendetta trasversale andava diventando sempre più pericolosa ed hanno tentato la via del nord, con tutto quello che significa trasferirsi. Quindi noi andiamo dando precedenza a questo valore, ma dentro questa inchiesta emergono anche altre indicazioni; io non leggo tutta l’inchiesta perché ci vorrebbe tutta l’ora ma solo per conoscere l’atteggiamento dei giovani. Quale è l’atteggiamento nei confronti delle seguenti istituzioni: scuola, partiti politici, chiesa, famiglia, esercito. Come interesse è stata data come preferenza la scuola, questo è un dato che deve incoraggiare i docenti nella loro missione, anche quando i giovani sono scavezzacolli, sembrano che non ti ascoltano tutti i motivi sono buoni per far chiasso; io maliziosamente, quando ho sentito la questione dei braccioli, ci asteniamo dal sederci su queste sedie perché quando si è giovani è simpatico, sono cose che poi a noi vecchi non ci interessano più. Alla scuola come interesse viene riservato il 41% degli intervistati e come partecipazione ben il 48%, segue poi, cosa strana, la famiglia con interesse del 36% e qui ogni dato può essere soggetto a una lettura in cui c’è questa concezione di familismo, di clan, che gioca nella nostra realtà. Poi viene la Chiesa a cui il 33% riserva interesse e partecipazione il 39,1% e per i partiti politici l’interesse cala al 20,9% e la partecipazione al 6,7%, a Catania è ancora più contratta al 5,2%. Sono dati indicativi per l’esercito c’è un interesse del 19% e di partecipazione 9,1%; famiglia, scuola, chiesa e un poco i partiti politici sono istituzioni a cui i giovani guardano con una gradualità di interesse dentro i quali partecipano.

E poi c’è un giudizio sul modo di fare politica nella tua zona; io quando ho presentato ad alcuni politici, a qualche incontro, subito mi hanno detto: ”ma non certo si riferisce a noi”, certo mica conoscevo tutte le persone, non abbiamo fatto “Chi l’ha visto?” Certo le singole persone sono in tutti i partiti queste, non è che generalizziamo. Ma il frutto di un modo di fare politica in Italia ed in Calabria, almeno in quest’ultimo lasso di tempo, se volete gli ultimi 10-15 anni a cui si riferisce Cingari, dà questo risultato: è un servizio per la gente 2,6%; è una cosa sporca 12,3%; è un modo di fare gli interessi di pochi ben il 44,7%; è svolta da persone incompetenti il 14,6%; è un’attività indispensabile ma andrebbe svolta meglio il 25,1% e merita dunque suggerimenti e proposte. Se i politici invece di arroccare nella difesa di tutto, quello che hanno fatto e tutti, che hanno il cartellino penale immacolato come partito e come persona e si dicessero mettiamoci in discussione, esaminiamo anche queste indicazioni che emergono dai giovani, le cose andrebbero meglio. I giovani prima indicano la disoccupazione il 40% e poi il 31,6% e……. poi la mancanza di strutture per lo sport, il tempo libero il 10,7%; ma quel 31,6% diventa 40% se si aggiunge l’altra domanda, criminalità e delinquenza comune; criminalità organizzata il 31,6%, delinquenza il 9,7% quindi siamo al 40%. Disoccupazione, criminalità e mafia, diventano sullo stesso piano; poi ecco interrogati ancora se la scuola rompe i problemi dei giovani d’oggi, il 60,7% risponde poco, il 18,2% per niente, il 18% abbastanza, solo il 2,6% dice molto, non risponde il 0,5%. Il fatto che voi siete tutti qui riuniti, un’iniziativa che avete portato voi qui avanti, modifica questa statistica, ci sono tratti nuovi, segni di speranza, io lo saluto questo incontro, proprio come un segno di speranza nella nostra realtà e naturalmente, come programmi per il futuro, il risultato come entrare nel campo del lavoro, bisogna avere una buona raccomandazione; è una realtà da disapprovare il 48%, ma talvolta è l’unico modo di inserirsi nel mondo del lavoro. Sarò anche un po’ superficiale, qualunquista, la risposta, perché se uno è preparato veramente sfonda, ma ci vuole anche che la scuola prepari ed in ogni istituto dove io vengo a parlare, c’è proprio una denuncia di carenze, alcune di poco conto tra l’altro, responsabili le amministrazioni pubbliche, le province, i comuni. Ma ci sono problemi più gravi, insieme a quello della disoccupazione, che tormentano la nostra realtà meridionale. Non so fino a che punto, anche la disoccupazione, rispetto al fenomeno devastante della mafia. So che giorni fa il Ministero del mezzogiorno ha incoraggiato con concreti incentivi parecchie ditte, perché insediassero delle attività industriali nel sud, in particolare in Calabria, tra l’altro il ministro è calabrese; mi risulta che nella scelta sono andati massimo fino a Vibo Valentia, sotto Vibo nessuno ha scelto di insediare niente, nemmeno alberi da frutta, perché ormai c’è questo dato anche un po’ montato che ha un suo fondamento storico, che si viene qui per pagare tangenti, per farsi borseggiare, per vedere saltare le ruspe, fare sub-appalti con mafiosi del posto che garantiscono la certezza del posto di lavoro. Questo è certo un po’ dubbio, per grosse ditte fino a Vibo, stuzzicati dagli incentivi che c’erano i, più in provincia di Cosenza che è più calma. Ebbene nei confronti della mafia, alla domanda, c’è o non c’è la mafia il 92.09% risponde sì il 3,8 risponde non so, la risposta tipica non ho visto, non ho sentito, non c’ero. Poi c’è stato un no coraggioso di un 1,5% non si sa mai se fosse un questionario, e possa essere in qualche modo identificato l’autore, mi metto al sicuro. Ma il 92,09% la quasi totalità dicono con chiarezza sì! e quando si domanda quali sono le cause il 44% dice mancanza di lavoro arretratezza economica, altri aggiungono arretratezza culturale e sociale; e il desiderio di predominio sugli altri rappresenta un dato culturale, di una cultura distorta e l’appartenenza a un ambiente culturale e familiare incoraggia i giovani ad emergere in questo orientamento. Che sia una realtà pesante da combattere lo ammette il 47%, il 48% ritiene che sia difficile eliminarlo, il 44% in tempi lunghi. Ma quello che è molto significativo, che è un dato di speranza, è questo: alla domanda ritieni che la lotta alla mafia sia un problema che riguarda anche te? l’85% dice di si, cosa si deve fare è una domanda impegnativa così formulata. Cosa è secondo te più importante da fare per combattere la mafia nella nostra provincia? il 32,9% risponde educare le nuove generazioni alla pace e alla non violenza, ora ditemi voi se è poco questo? che dei giovani abbiano colto il valore della cultura, del cambiamento della mentalità, un nuovo modo di rapportarsi, non privilegiare la violenza, l’avere, ma scegliere la via della pace, della giustizia, della concordia, dell’essere. Risolvere i problemi occupazionali, questo è giusto il 32,8% ed alcuni chiedono che siano risanate le istituzioni pubbliche il 16,4% e che ci siano condanne più severe nei confronti dei mafiosi. Io mi fermo qui altrimenti un’osservazione sull’inchiesta mi porterebbe molto lontano. Allora prospettive per il domani ce ne sono? Certo, non esiste nella storia, quindi anche la nostra realtà non può essere catalogata come un fatto insuperabile, ineluttabile, come un destino cieco che incombe su Reggio Calabria e sul meridione. Tutti possiamo modificare la realtà perché siamo creature libere, razionali e per chi crede c’è quest’azione provvidenziale di Dio che fa andare verso lidi più sicuri, verso giorni migliori il cammino della nostra umanità, con la nostra personale partecipazione. Ora su quella osservazione che è stata fatta circa il disimpegno dei giovani, è innegabile che non tutti i giovani, neppure la maggioranza sono impegnati, prevale il concetto della delega gli altri devono fare, i professori devono portare avanti la scuola, i politici la vita pubblica, i preti la chiesa, in tutti i campi c’e’ questa delega agli altri. Questo è gravissimo, tutti siamo chiamati a costruire il domani, ma soprattutto voi giovani, perché voi vi affacciate alla vita, fra 10 anni voi sarete in primo piano nella vita di Reggio Calabria, o di altre zone se sarete costretti ad emigrare per trovare lavoro. Ecco la prima cosa è impegnarsi e sentirsi responsabili, quindi una conoscenza dei problemi che matura negli anni scolastici, ma che deve continuare dopo, una presenza nella vita pubblica, politica, economica, culturale, sportiva, ecclesiale, nei settori più a rischio, nel campo dell’emarginazione, per una giustizia più partecipata per una pace meglio garantita. Questi sono i valori che voi dovete perseguire, non è che vogliamo sottrarci; mai fare quel gioco di dire:” voi adulti avete rovinato tutto!”, quindi noi piangiamo sulle rovine di Gerusalemme. Niente affatto, non è vero che tutto è stato rovinato, c’è sempre una tradizione positiva che passa alle nuove generazioni, con tutto il travaglio e i limiti propri di ogni svolta epocale come quella che noi stiamo vivendo, ma tutti siamo chiamati ad agire. Questi sono i valori che voi dovete perseguire, noi dobbiamo perseguire, non è che vogliamo sottrarci; mai fare quel gioco di dire ù:” voi adulti avete rovinato tutto”, quindi noi piangiamo sulle rovine di Gerusalemme. Niente affatto, non è vero che tutto è stato rovinato, c’è sempre una tradizione positiva che pazza alle nuove generazioni, con tutto il travaglio ed i limiti propri di ogni svolta epocale come quella che noi stiamo vivendo, ma tutti siamo chiamati ad agire. Guardate, mi è stato chiesto, giorni fa, in un incontro in Toscana come mai sono così pochi i giovani impegnati, anche lì, come mai c’è un apporto così modesto nel settore del volontariato, degli emarginati. Io ho detto – a mio avviso – uno dei fattori è che si preme troppo il piede sull’acceleratore avere, voglio soldi, voglio una macchina migliore, voglio un posto, voglio potere, voglio salute, bellezza. Sono anche giuste, legittime, non dico che non bisogna volerle, ma volerle in modo esasperato, in modo esclusivo, individualistico tutt’al più familiare, tutto questo è negativo. Se io premo il piede su quest’acceleratore, come posso accettare l’essere, come posso scegliere i valori dell’essere. Ecco portavo l’esempio, li trovavamo nel campo degli handicappati psichici un uomo che ha disturbi mentali, che cosa ha? Non ha saluto tanto per cominciare, non ha bellezza, perché in genere le malattie psichiche devastano anche fisicamente, non ha denaro, se ha pensione se la prendono gli altri, non ha potere, che conta? Niente. Ma è una persona della stessa dignità mia, se non riconosco questo c’è poco da sperare nel cambiamento della nostra società. Ed allora voi dovete impegnarvi per recuperare questi valori, e lo potete fare, ci sono nella nostra realtà delle presenze significative, per cui io mi scrivo anche questa vostra iniziativa, tra questi dati positivi e sono convinto queste inchieste di Catania e di Reggio Calabria lo confermano, della sanità morale della gioventù, della stragrande maggioranza. Solo che, ecco, guardo con sofferenza a questo scollamento, a questa mancanza di aggregazione, o almeno alla consistenza modesta di questa forma associative in tutti i campi, da quello sportivo a quello religioso, culturale, politico. Questa consapevolezza deve scattare in noi, della città è vostra e dovete occuparvene. Dovete lottare, non vi dovete meravigliare se io un prete vecchio vi invito alla lotta, alla lotta democratica e non violenta, che è la più difficile, perché tirare quattro colpi di pistola, basta una bottiglia di Rum, uno ne beve un bicchierino in più e gli viene tutto il coraggio di questo mondo. Ma per lottare con coraggio e senza violenza, bisogna formarsi una coscienza, bisogna essere in tanti, sostenersi, dibattere questi problemi come fate oggi, ma anche fuori dalla scuola. Questa lotta coraggiosa deve essere portata avanti da voi. Mi trovavo in una cittadina che guardo sempre con piacere, a Polistena, e in un dibattito ho usato questa espressione ed ho visto che sono rimasti tranquilli. Allora avevamo denunciato, qui la disoccupazione raggiunge . . . . allora ho usato qualche espressione più forte, ho tirato qualche pugno allo stomaco ed ho detto:” sentite, avete mai provato ad occupare il comune mentre si svolge una seduta del consiglio comunale ed impedire che si svolga finché alcuni problemi della disoccupazione giovanile non siano risolti, ma ho visto che il sindaco presente di cui sono tanto amico, ed anche gli altri pensavano:” ma questo ci viene a mettere guerra in casa!. Ma l’ho detto con tanta sincerità che ho aggiunto:” ma avete mai provato ad occupare la chiesa ed impedire che dicano le messe i preti finchè questi problemi non siano risolti. Allora ho visto che partecipavano con più attenzione; ora lo dico anche a voi consegnate questo messaggio a quelli che vengono dopo di noi, non aspettate che gli altri lottino per voi. Guardate si può dare una delega per tutto, per riscuotere la pensione, ma non esiste ancora l’istituto, della delega perché un altro viva al mio posto, o io vivo o muoio. Ora voi dovete vivere, prendete le vostre responsabilità, portatele avanti. Chiaro il discorso anche generico quello che io faccio, perché non conosco le vostre realtà e non vi posso dare delle indicazioni proprie, precise, ma è solo un messaggio. E termino aggiungendo una parola di speranza, io non so se conoscete uno scrittore vostro, quasi contemporaneo, Ignazio Silone  dopo la sua morte ha pubblicato un libro intitolato “Severina”, una giovane suora che prima resta un po’ isolata dalla realtà sociale, poi un giorno viene a contatto con alcune organizzazioni sindacali e si entusiasma e partecipa in uno sciopero…..Le superiori del convento, la mandano via questa giovane subisce un trauma profondo che investe anche la fede e cade ammalata di tumore. Le mandano una consorella perché le stia vicino e almeno la faccia morire con i sacramenti e si svolge un dialogo stupendo, la suora dice all’ex suora: “ ma tu credi?” e l’ex suora risponde: “io spero” e la suora insiste:” ma la tua speranza per essere sicura deve essere fondata in Dio” e l’ex suora insiste:” io spero” e muore così. Bellissimo questo messaggio. Io spero anche quando tutto il resto crolla, del resto S. Paolo una delle sue espressioni più forti, sapete qual è:contro ogni speranza sperare. Nonostante ogni delusione, ogni fallimento, siamo chiamati ad agire. Guai a disperarsi, siamo in una situazione fallimentare nella nostra realtà meridionale, per ciò dobbiamo sperare, lottare, nel rispetto dell’identità di ciascuno, di ogni apporto ideologico che tutti possiamo dare. Io ho paura che vengano meno anche queste diversità di apporti ideologici, culturali che sono importanti, preziosi per costruire il domani. Tutti dobbiamo e possiamo con un apporto sereno, democratico, libero trarre indicazioni e forza per il nostro domani. E non posso scoraggiarvi se vi manca questo orizzonte di apertura che si riferisce alla speranza; potrei anche ripiegarmi su me stesso di fronte alla gravità del male, ma la speranza vera è quella che da radice e allo stesso tempo vigore all’azione, alla lotta, che spera davvero e lotta fino alla fine. La speranza non è riposta in quello che sarà, certo anche il domani per chi crede in una vita che in dio non viene meno, ma quella vita è subordinata, è legata a questo arco di tempo in cui io sono vissuto. Guardate che nel Vangelo al Cap. 25 di Matteo, c’è una severa requisitivi del Cristo su quello che non abbiamo fatto per gli altri: “quando mai Signore io ti ho incontrato?” “quando non hai fatto questo al più piccolo dei tuoi fratelli non lo hai fatto a me, non entrai nel mio regno”. Noi anche come credenti siamo continuamente richiamati ad un impegno più serio, più costruttivo. Circa la situazione di Archi, io condivido pienamente che non si possa generalizzare che ad Archi siano tutti mafiosi, per carità, non è vero. Certo è una consistenza corposa del fenomeno, è un rione a rischio senz’altro, ma guai a generalizzare. Lì c’è un bel circolo; Paolo VI, fatto di giovani che hanno coraggiosamente iniziato anni fa. Vi leggo una poesia di un giovane cresciuto ad Archi.

Confessioni di un Killer

“ Non volevo morire,

non volevo morire,

solo adesso me ne rendo conto;

ero bambino

fui bambino

litigavano dentro casa, per strada,

dappertutto litigavano,

Le madri invece di parole gentili

Scagliavano maledizioni terribili;

padri invece di sguardi sereni,

erano chiusi in una cupezza glaciale

e minacciosa

e gli amici

ah! Gli amici, anche loro sapevano

la vecchia storia del paese:

se torni a casa con le botte prendi le altre;

meglio nessuna dunque,

che due razioni di legnate

e così mi difendevo, ne ero costretto.

Si comincia così,

prima si assale per difendersi,

poi per assalire e basta,

e poi si prende il vizio

ed è come essere drogati.

Tutto il mondo intorno a me

A 18-20 anni era lì pronto

ad assalire o ad essere assalito,

ed io per vantaggio sapevo assalire

 e mi arruolai,

mi diedero soldi, pistola,

ed una faccia.

Avevo tutto: macchine, donne,

privilegi incredibili,

ma anche qualcosa che non avrei voluto:

la paura.

Tutti avevano paura,

ma anche la paura diventa un gioco

e spesso aiuta a vivere.

Ma un giorno un mio amico

Dentro una macchina,

flagellato e senza neppure la faccia.

Da quel giorno la mia paura

Divenne malattia, mi dicevo:

“ il gioco dunque finisce così!”

Si, il gioco finiva”..

Reggio Calabria, 16 aprile 1990                                                   don Italo Calabrò

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