OMELIA DI DON ITALO CALABRÒ: MESSA DEL 13 MAGGIO 1990 A S. GIOVANNI DI SAMBATELLO

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Innanzi tutto vi ringrazio per le preghiere che avete fatto per me in questo periodo, di tutto l’affetto che mi avete dimostrato, di cui non potevo dubitare, e state sicuri che vi ho portati nel mio cuore in tutti questi quindici giorni di tribolazioni tra ospedali, cliniche e accertamenti.

Sono tornato per fare la terapia che i medici mi hanno consigliato: è una terapia di contenimento perché il male non è curabile. Quindi servirà almeno a rendere un po’ confortevole questo periodo, supplire a questo terremoto che è avvenuto, all’improvviso, dentro di me.

Ho avuto il vivo desiderio di venire, questa Domenica, a celebrare l’Eucarestia con voi e spero che il Signore mi conceda di poter ancora venire. Mi è sembrato bello, come dicevo all’inizio della Messa, celebrare con voi il Sacramento dell’Unzione, proprio alla fine della vita, l’Olio Santo che è il Sacramento che il Signore ha istituito a conforto dell’anima e del corpo. Siamo nelle mani di Dio!

Il Signore, nella Sua provvidenza infinita, può compiere qualsiasi miracolo: è giusto che ci sia la preghiera affinché il Signore mi faccia questa grazia, ma non possiamo presumere la grazia, il miracolo.

La nostra vita è un cammino, un cammino che va verso una meta che è quella della vita eterna. Dio questo ci ha promesso: che dopo il passaggio sulla terra, ci attende nel suo regno di luce infinita, di pace e di amore. Questa è la fede cristiana che deve sostenerci, soprattutto nei momenti difficili. Io sono certo che tutti sentiamo che la nostra vita è nelle mani di Dio, ma in questo periodo per me in modo particolare, perché sono consapevole.

Ho chiesto ai medici, fin dal primo momento, di dirmi la verità. So la verità e so la gravità del male. Vi chiedo di sostenermi ancora con la vostra preghiera perché c’è bisogno, fino alla fine, di essere sostenuti dalla preghiera. La preghiera che vi chiedo di elevare al Signore è soprattutto questa: che il Signore mi dia la grazia di fare la Sua volontà fino alla fine: questo se volete farmi contento e se volete rispondere anche alle mie attese.

Quando sarà il tramonto, non lo sappiamo. Non è che i medici mi hanno detto: ”Avete quindici giorni, sette ore o cinque minuti di vita”. Non lo sanno neppure loro. Può essere un periodo più lungo, un periodo meno lungo, è un periodo breve, questo lo so. E, allora, in questo periodo – se il Signore mi darà la grazia -, io continuerò a venire la Domenica, almeno per celebrare con voi. Vi assicuro che stamattina mi sentivo stanco, ma è stato sufficiente che sull’autostrada girassimo l’angolo, e subito mi sono sentito con la gioia di sempre.

Ringrazio padre Franco Saraceno che, con affetto fraterno, ha accettato di seguire la Parrocchia: era la mia preoccupazione principale perché so che non ci sono Sacerdoti in Diocesi e pensavo: chi andrà? E se restano senza messa? Certo la responsabilità non è mia! padre Franco mi ha detto subito un sì pieno, disponibile, nei limiti però delle sue disponibilità: se può dire due messe ne dice due, se no ne dice una, quando può venire. Ma è la Comunità parrocchiale che deve essere viva. Siete voi che dovete prendere consapevolezza di essere la Chiesa di Cristo a San Giovanni di Sambatello!

Celebrate il mese di Maggio, preparate i bambini alla prima Comunione, assistete gli ammalati, portate loro l’Eucarestia – soprattutto il primo venerdì del mese -, vivete in pace, aiutatevi a vicende, queste sono le cose essenziali della vostra vita.

Io ringrazio il Signore che mi ha dato la forza in quella settimana dopo Pasqua in cui già avevo l’annuncio del “terremoto” che si avvicinava, di poter fare la benedizione delle case.

Mi è costato un pochino, mi sedevo in ogni casa, cercavo il motivo per parlare. Mi sono detto che volevo salutarli tutti, uno per uno, soprattutto gli ammalati. Questo è stato per me un motivo di grande consolazione e, vi assicuro che quando ero in clinica mentre dicevo il rosario e non riuscivo a finirlo, pensavo a tutte le case, le persone, le famiglie. Questi sono i doni della vita spirituale, della vita pastorale.

Ora celebriamo il Sacramento dell’Unzione degli Infermi, prima professiamo la Fede con il Credo, poi padre Franco mi darà l’Unzione e tutti pregheremo assieme perché il Signore mi sostenga in questo periodo.

Vorrei prendere spunto da un brano del Vangelo che abbiamo sentito: quello del buon Samaritano. Avete sentito, un uomo ferito, sofferente, abbandonato. Io penso a quante cure ho avuto in questi giorni, quante persone attorno, anche a casa. Mi sento come un “sorvegliato speciale”. Notte e giorno c’è sempre qualcuno che sta lì, pronto, per le mie necessità. Medici che si sono prestati, sia medici amici a Roma, sia medici carissimi, qui a Reggio. Tante volte penso a quanti poveri malati, invece, sono lasciati soli e non c’è chi li assiste ed hanno bisogno di aiuto.

Alla fine del Vangelo, Gesù dice al Maestro della legge che gli aveva domandato “Chi è prossimo?”, indicando il buon Samaritano che aveva soccorso l’ammalato e lo aveva curato e gli dice: “Va e fa anche tu la stessa cosa”.

Abbiate cura dei vostri ammalati, non solo di quelli che sono parenti vostri, ma anche quelli degli altri, ma soprattutto di chi è solo, di chi soffre di più. Portatevi questo messaggio di amore che credo sia il messaggio “cuore” di tutto il Vangelo.

Ed ora celebriamo il Sacramento assieme a padre Franco.

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